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Arbitri del proprio destino

I pericoli della comfort zone: adagiarsi sulle nostre certezze e non percepire i cambiamenti che rischiano di travolgerci

Redazione Cross Hub

Postato il: 08-Feb-2021

La “zona di confort” è quella dove ci sentiamo sicuri e protetti, perché l’ambiente ci è familiare. Per crescere, sia professionalmente sia nella vita personale, è necessario saper alternare i momenti in cui si rimane nella propria 'comfort zone' a quelli in cui se ne deve uscire, per essere in grado di prendere iniziative.

Ne parliamo con Ugo Marrone, Business Partner di Cross Hub e HR Consultant di lungo corso.

 

1) Buongiorno Ugo, con il diffondersi dell’emergenza da covid-19 le imprese italiane hanno progressivamente modificato l’agenda delle relative priorità promuovendo sempre di più i processi di innovazione e cambiamento organizzativo.

Questo nuovo approccio, tuttavia, è in contrasto con quello che fino a poco prima della pandemia rappresentava il mindset di gran parte delle aziende italiane: sicurezza, prevedibilità e stabilità.

Questi, sono anche i connotati della cosiddetta “comfort zone”, condizione che da sempre ha caratterizzato molte delle organizzazioni del nostro territorio, spesso restie a seguire la spinta al rinnovamento e all’innovazione.

Secondo te, l’emergenza coronavirus in che modo ha risvegliato nelle imprese la necessità di attuare il necessario cambiamento ed uscire dalla tanto cara e sicura “comfort zone”?

 

Ugo Marrone: Certamente la pandemia ha dato uno scossone a tante nostre certezze ed abitudini, sia in ambito personale sia in ambito professionale.

Tutti abbiamo sperimentato il cambiamento forzato. In questo periodo così eccezionale il cambiamento è stato indotto dalla necessità: cambiare per sopravvivere, per non morire. Questo vale sia a livello personale che di business. Ci siamo trovati all’improvviso a combattere un nemico sconosciuto, invisibile.

Siamo risultati disarmati di fronte al pericolo. Mancavano mascherine, alcool, non sapevamo cosa fosse un tampone, abbiamo intasato gli ospedali che, a volte, si sono rivelati trappole mortali. Un elemento spesso trascurato, che in questa esperienza pandemica è sorto ad arbitro della lotta per la sopravvivenza, è il “tempo”. Abbiamo avuto bisogno di tempo per organizzarci, conoscere, reagire nella maniera più corretta possibile. Non è molto differente la situazione del business. I più avvantaggiati sono stati quelli che hanno potuto contare su una certa riserva di energie. Quel minimo di riserve che ha permesso loro di agire con lucidità. Insomma, quelli che con una visione di medio lungo periodo, in qualche modo avevano costruito delle basi solide abbastanza per organizzarsi, “sterzare” e ripartire.

 

 

2) Alla “comfort zone” si oppone la “panic zone” che corrisponde a quella condizione in cui siamo costretti a fare i conti con situazioni inusuali, con cambiamenti il più delle volte percepiti come non voluti e indesiderati, con la distruzione delle routines consolidate. Questa è la condizione che l’emergenza ci sta facendo vivere. Una situazione inconsueta che ci ha messo di fronte a cambiamenti, anche “non voluti”. Tuttavia, da una situazione di crisi possono emergere anche grandi opportunità.

Secondo te, quali sono i vantaggi che l’uscita dalla “zona di confort” porta con sé e quali sono, al contrario, i pericoli che rischiano di travolgerla se invece si opponesse al cambiamento?

 

 

Ugo Marrone: Il panico è figlio della mancanza di tempo.

Agire senza avere il tempo di “leggere” bene la situazione al contorno ti induce in errori di valutazione e ad intraprendere azioni sbagliate, a volte controproducenti. La fase di analisi è determinante, la capacità di confronto con chiunque possa darti una visione più chiara della situazione contingente diventa un asso nella manica. Il cambiamento vissuto con i tempi giusti, con un’adeguata riserva di energia, con la motivazione indotta dal “vivere o morire”, per i più pronti, si trasforma da “amara necessità” a “interessante opportunità”.

Vivere il cambiamento come una amara medicina è il pericolo.

Vivere il cambiamento in maniera passiva o come una mera costrizione è esattamente il punto nel quale si annida il fallimento.

La differenza tra “guidare” il cambiamento e “subire” il cambiamento dà la misura del successo o del sicuro fallimento.

Vivere il cambiamento significa guidarlo.

L’attitudine al cambiamento, l’attuazione giorno dopo giorno di tecniche di analisi e di azioni di miglioramento può aiutarci a tenerci giovani, ci rende pronti, come una palestra, ad attuare il cambiamento indotto dalle necessità. Praticare il cambiamento ci allena a sprigionare le energie migliori per reagire a stimoli imprevisti. Impigrirsi nella comfort zone ci allontana dalle dinamiche del mercato, ci rende lenti nel leggere i suoi segnali, ci lascia impreparati a fronteggiare l’emergenza, il cambio improvviso di scenario.

 

3) Abbiamo evidenziato quanto sia importante uscire dalla “zona di confort. Ma come avviene ciò dal punto di vista operativo?  Potresti dare ai nostri lettori almeno 3 suggerimenti da seguire?

 

Ugo Marrone:

  • Attitudine al cambiamento. La prima cosa è creare in se stessi e nelle proprie organizzazioni l’abitudine al cambiamento fino a farla diventare parte delle proprie attitudini. Analisi, obiettivi, azioni, misurazioni degli avanzamenti devono essere “pane quotidiano”.  È importante prendere le distanze dal tipo “abbiamo sempre fatto così”. Aver sempre fatto in un certo modo è proprio la ragione per la quale conviene di pensare ad un modo diverso di farlo meglio, con maggiore efficienza, efficacia, adesione alle esigenze del mercato.

 

  • Darsi tempo ed energie. Creare le riserve economiche e la solidità organizzativa per preparare la difesa in caso di attacchi esterni ed inattesi. È in queste riserve che possiamo trovare la lucidità per la fase di analisi, per misurare e conoscere i fenomeni che possono rappresentare per noi dei pericoli o opportunità, per pianificare ed attuare le azioni richieste dalla situazione.

 

  • Porsi obiettivi ambiziosi e lungimiranti. Dare spazio al proprio intuito, ma dotarsi anche di strumenti di analisi che permettano di avere una chiara visione del futuro.  Non abbandonarsi alla routine, al day by day. Pensare al prossimo step con un occhio ben puntato alla rotta, agli obiettivi di lungo termine.

 

Tutto questo ci offre le riserve necessarie per affrontare con maggiore preparazione i cambiamenti “di reazione” quelli indotti dall’imprevisto.

Se siamo “allenati” è più facile affrontare l’imprevisto e spesso possiamo cogliere, proprio nell’imprevisto, le opportunità.

Se l’imprevisto ci coglie “in pantofole” la nostra reazione sarà scomposta, inadeguata, controproducente.

 

 

4) Una volta superati i confini della “zona di confort”, lo step successivo è quello della “learning zone”, ossia quell’area di apprendimento che ci permette di imparare nuove abilità. Questo salto necessita di una certa dose di fatica, ansia e anche un po’ di stress.  Come ritieni possa essere gestito al meglio in modo da evitare di commettere errori?

 

Ugo Marrone: Anche la “Learning zone” ci accompagna nel viaggio culturale dell’azienda (ma direi anche di noi stessi):

  • La capacità di riconoscere gli errori commessi, di misurarne gli effetti, di capitalizzarli non è comune.
  • La capacità accettare ed elaborare i feedback, di richiederli, di strutturali, di pianificare ed attuare un miglioramento è spesso inesistete.
  • La capacità di ascolto profondo, per non parlare poi della capacità di cogliere i segnali deboli delle nostre organizzazioni, dei nostri clienti, degli stakeholder, non sono a volte sviluppate.

 

Il lavoro personale (prima che professionale) su questi temi è fondamentale. Trascurare queste opportunità del learning significa privarsi di strumenti di crescita potenti. Il lavoro su se stessi, prima che sulle nostre organizzazioni, è fondamentale e straordinariamente arricchente. Riuscire a svilupparlo in organizzazioni anche piccole è una sfida non semplice perché tocca la sfera del cambiamento culturale.

 

Il rischio (a mio avviso inaccettabile) è quello della sclerosi, dell’irrigidimento delle organizzazioni e delle persone che ne fanno parte su posizioni ogni giorno più difensive, più protettive del proprio orticello. Testa bassa, perdita di prospettive, paura delle novità.

Nelle aziende di oggi la prospettiva deve essere giusto all’opposto. La sfida è nella ricchezza degli atteggiamenti, nel confronto continuo, nella sfida, nella fiducia nelle proprie capacità, nel dar valore e partecipare al gioco di squadra, nello sguardo alto su azioni che creino abbondanza.

 

5) “E se ci provo e va male?” Questa è una domanda che molti si pongono quando devono affrontare dei cambiamenti importanti. Cosa risponderesti a questa domanda se ti venisse posta da un imprenditore al quale stai sottoponendo un’azione di cambiamento importante per la sua impresa?

 

Ugo Marrone 

Gli risponderei: “pensa per un attimo a non provarci nemmeno!” e pensa che l’immobilismo è forse la madre di tutti i fallimenti.

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